Sul contatto visivo

In Fotografia non esistono regole definite.
Si, certo, ci sono le regole della composizione, ma come molti fotografi sanno, e come alcuni grandi Maestri hanno ripetuto spesso, le regole possono essere infrante. La stessa etica varia da fotografo a fotografo. Nell’ambito della Fotografia di Strada ci sono molti libri che provano a raccontarla nelle sue tendenze e “pseudo regole”. Immancabili manuali sono quelli di David Gibson. Un argomento che mi interessa particolarmente, sulla scia di un bell’articolo online di Simon King e della visione di centinaia di fotografie che ho scattato a Dhaka, è quello dell’eye-contact il contatto visivo: il contatto con lo sguardo di chi fotografiamo in strada. I puristi della Street ritengono che chi viene fotografato non dovrebbe mai guardare in camera. Anche qui non ci sono regole precise. Ci sono fotografi come Raghubir Singh o Alex Webb che fotografano scene affollate dove non c’è una singola persona che guarda nell’obiettivo, o foto di Richard Sandler dove ogni persona dentro un vagone della metropolitana fissa la lente.

Cito qui l’articolo di King:
“Penso che la funzione del contatto visivo nella fotografia, proprio come il contatto visivo nella vita reale, sia quella di creare una connessione diretta – tra il soggetto e il pubblico. Penso che ciò offra alcune cose che una mancanza di contatto visivo potrebbe non consentire. Con il contatto visivo, il fotografo diventa spesso un’entità radicata; presente e coinvolto nella scena. L’occhio si collega con l’obiettivo e si estende verso l’esterno al pubblico, il che può portare a una connessione umana immediata con quel soggetto, e per estensione con il messaggio che il fotografo sta cercando di trasmettere.
In una fotografia in cui nessuno sembra esserne consapevole, noi come pubblico sappiamo qualcosa che i soggetti non conoscono – quasi uno di loro in qualche modo. Vediamo ciò che il fotografo ha visto in quel momento, da una prospettiva alla quale i soggetti stessi non hanno accesso in quello stesso istante”.

Interessante e condivisibile punto di vista. Le fotografie in cui le persone non guardano ci rendono spettatori privilegiati, invisibili partecipanti di vite altrui. Come quegli specchi magici usati durante gli interrogatori della polizia, per cui è possibile vedere al di la del vetro senza essere visti da chi è dall’altra parte. Quando, invece, qualcuno ci osserva quella lastra invisibile cessa di esistere, non c’è più nessuna protezione e nessuna distanza, noi veniamo chiamati a far parte del gioco della vita.
Io non so bene cosa prediligo nelle mie fotografie di strada, ma sento che mi danno più emozione gli occhi che per un momento mi guardano. Per diversi motivi. Vediamo.
Da un punto di vista estetico, a volte, lo sguardo degli altri lo uso come mezzo per fare entrare chi osserva la fotografia dentro il suo scenario, come un gancio o come era un tempo l’uomo che lavorava nei cinema e aiutava le persone che arrivavano a spettacolo già iniziato, aprendo la spessa tenda rossa e con la torcia le accompagnava a sedere.
Come nelle due fotografie con il ragazzo al mercato dei fiori a Dhaka.

“Flower Market” – Shahbag, Dhaka – 20 February 2020 – Stefano Romano
“Flower Market” – Shahbag, Dhaka – 20 February 2020 – Stefano Romano

Nella prima lui non ci guarda e noi siamo là ad osservare i loro affari come passanti su un rickshaw; nell’altra foto lui ci guarda, ci impone di scendere dal rickshaw, di stare di fronte a lui ed assistere in modo diretto alla compravendita: noi siamo parte attiva delle loro vite. E i nostro occhi si muovono, viaggiano, presi dai suoi occhi al suo braccio proteso che ci porta alle donne in circolo nella parte più profonda della fotografia, come l’acqua che si perde a spirale nel canale di scolo del lavandino. Sempre lo stesso ragazzo spiega anche il secondo motivo per cui io sono più affezionato a questo tipo di foto; in questo caso legato al tipo di obiettivo usato, un 10mm nella sua massima apertura. Un grand’angolo estremo. Che vuol dire? Vuol dire che in realtà il ragazzo non aveva la certezza che anche lui rientrasse nel campo fotografico perché era laterale a me, esterno, e lui non sapeva che lente io stessi usando, e magari ha pensato che io stessi fotografando solamente le donne. C’è, dunque, nei suoi occhi un momento di incertezza. Ecco, quel tipo di sentimento è quello che io amo di più.
La “sorpresa”.
Come nel meraviglioso libro di Andrea Marcolongo sull’etimologia delle parole, che ci racconta come “sorpendere” derivi dal latino “prendere”, “afferrare”, con l’aggiunta del prefisso “sur” – “sopra”. Prendere con sorpresa e fare nostro.
Quando qualcuno accanto a noi è smarrito, non esitiamo a portarlo via dalla banalità. A strapparlo dal lamento, prima che scivoli pericolosamente ancora più giù nel burrone della mestizia. […] Sorpresa: non cè cattura più bella.” (Andrea Marcolongo, “Alla fonte delle parole” – Mondadori, 2019).
A volte, in strada, nel trambusto, tra decine e decine di persone c’è chi ci osserva da lontano e non capisce chi è fotografato. Sembra interrogarci, con “sorpresa” appunto: sono io ad essere stato “preso e portato via”? Perché io? Senza avere mai la piena certezza, perché spesso la loro consapevolezza arriva un secondo dopo che il dito ha già premuto l’otturatore. La mente arriva sempre dopo l’occhio che vede. Dunque, è vero, la pura fotografia di strada predilige le foto candide, con i fotografi come ombre che catturano in silenzio senza turbare l’ordine naturale delle realtà. Senza esserne un additivo ma sguardo neutro e creativo. D’altro canto c’è l’occhio che ci osserva, ci chiama in gioco o anzi, siamo noi che catturiamo lo sguardo altrui per essere strattonati, per un attimo, nel mare mosso della vita. Come se fosse una silenziosa supplica, ogni volta, ogni fotografia: ti prego, o sconosciuto, prendimi con te e lascia che le nostre esistenze si perdano insieme nel flusso continuo della vita, al di la degli argini della fotografia.

Dhaka, 16 February 2020

Per approfondimenti:
https://soccamacha.blogspot.com/2020/03/my-bangladesh-photo-1.html
https://petapixel.com/2020/03/14/the-eye-contact-conundrum-in-street-photography/
David Gibson: “Street Photography – A History in 100 Iconic Images” (Prestel,2019)
David Gibson: “Street Photography – Manuale del Fotografo di Strada” (Il Castello, 2016)
Andrea Marcolongo: “Alla fonte delle parole – 99 etimologie che ci parlano di noi” (Mondadori, 2019)
Amélie Nothomb, “Metafisica dei tubi” (Voland, 2016)

6 commenti su “Sul contatto visivo”

  1. Suraci Maria Angela

    Ciao Stefano, grazie per questo tuo interessante contributo!
    A un livello simbolico più profondo lo sguardo dentro la scena lo si potrebbe interpretare come lo sguardo “dentro” l’esistenza di chi vive rendendosene partecipe e recitando il ruolo di attore protagonista. La connessione con essa, quindi, diventa talmente profonda da farsi travolgere dal suo flusso.
    Per contro lo sguardo “altrove” suggerisce l’idea di chi guarda la vita dal di fuori come uno spettatore muto incapace di prenderne realmente parte.

    1. Esatto, l’idea è quella Maria, e non esiste una regola o qualcuno che possa dire quale è migliore: sono due forme di vivere la foto di strada e posso tranquillamente convivere nella stessa persona. Poi ognuno seguo l’istinto del momento.
      Grazie per il commento.

  2. Molto interessante il tema proposto da Stefano. Personalmente io ritengo che non esistano, o meglio che non debbano esistere regole nell’ambito della Fotografia di Strada. Il mio personale punto di vista è quello di chi osserva una foto e ne coglie emozioni ed ispirazioni più che tecnica. Quando osservo una fotografia di persone che guardano, anche uno sguardo non immediatamente diretto all’obiettivo, ma intenso e significativo, può essere capace di impressionarmi al pari di uno sguardo diretto. Devo però ammettere che vengo “catturata” con maggiore immediatezza da una foto ritratto dove il protagonista guarda nell’obiettivo, ma questo ritengo che faccia parte della mia natura che predilige il contatto visivo diretto.

    1. Infatti, non esistono regole e la tecnica per me segue sempre l’emozione. Anche uno sguardo sfuggente può essere a volte molto più intrigante di uno sguardo puntato in camera. Io credo profondamente che non possa esistere nessuna regola al riguardo, ma è sicuramente un tema interessante su cui discutere.

  3. Grazie Stefano per questo tuo prezioso contributo. Ho apprezzato la tua visione della foto di ritratto, dove gli occhi sono lo specchio dell’anima, anzi, per essere più preciso, rappresentano la vita che vi scorre dentro. Condivido ma credo altresì che anche il ritratto con gli occhi “altrove” abbia la capacità di catturare altri momenti della vita e che si tratti semplicemente di una scelta che rappresenti il nostro modo di vedere al momento.

    1. Condivido Antonio, ogni momento è diverso a se stesso e noi come fotografi possiamo solo lasciarsi portare dal flusso ed essere pronti a lasciarsi “sorprendere”.

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