I miei 5 libri preferiti

Mi è stato chiesto quali sono stati i libri che hanno cambiato la mia vita. Una parola impegnativa.
Io leggo da quando ero bambino, e il mio primo racconto, come mi disse mia madre, era “Il Libro della Jungla”. Mi è sempre piaciuto e i libri sono stati i miei migliori amici.
Non credo che ci siano stati libri che hanno cambiato la mia vita, se non uno, ma è un’opera filosofica e non un romanzo. Di certo ci sono libri che ho amato moltissimo, ed è quasi impossibile stilare una classifica, perché ciò che ci piace ad un’età non è detto che ci piaccia allo stesso modo in futuro.
Ci sono poi libri che sono dei classici, che tutti dovrebbero avere o leggere una volta nella vita; soprattutto se poi si ama scrivere, perché come non si può fotografare bene se non si guardano le fotografie dei Maestri, così non si può scrivere se non si è letto almeno una volta Dostoevskij, Joyce, Hesse, Kundera, Hemingway, Kafka, e in Italia Calvino, Pirandello, Buzzati, e via dicendo.
Perciò ho deciso di dirvi quali sono i romanzi che amo di più.
All’inizio pensavo cinque, ma poi ho creduto sia meglio focalizzarsi sui primi tre, più altri due brevemente accennati. Queste classifiche potrebbero essere i migliori dieci, o venti, o cinquanta, e non finire mai. Quindi è meglio darci un taglio e sceglierne tre (più due).
Inoltre non vorrei neanche dilungarmi sulle trame, perché credo che raccontare i libri è come per i film, si rovina qualcosa.

All’inizio non sapevo chi fosse, come sempre in libreria si sfogliano i libri a caso grazie ai titoli, alle note di copertina, e questo titolo era invitante per un fotografo: “Cecità”. Lo lessi tutto d’un fiato. Uno, due, tre volte. Tremendo.
E come capita quando si amano certi libri inizi a regalarli alle persone a cui vioi bene, e questo libro io l’ho regalato molte volte.
Adesso è uno dei libri più venduti, insieme a “La Peste” di Camus, perché affronta un tema che ci vede tutti coinvolti.
Un contagio improvviso, in una città imprecisata.
Una caratteristica che mi fa amare i libri soono i loro incipit, come iniziano: devono catturare dalla prima parola.
Ci sono romanzi famosi proprio per i loro incipit, che poi sono tra le cose più difficili quando si scrive un racconto.
Saramago non usa virgolettati nei discorsi, non usa i nomi delle persone, tutto scorre come un magma incandescente.
d un semaforo tutte le automobili partono al verde, tranne una, perché il conducente è diventato improvvisamente cieco, vede tutto bianco: è l’inizio di un contagio che renderà cieca tutta la popolazione della città, tranne una donna – la moglie di un medico – che sarà costretta a vedere a che livelli infimi e amorali gli uomini si riducono in condizioni estreme, peggiori delle bestie. La sua è una condanna più che un privilegio.
Internati in un ex manicomio i ciechi malvagi controllano e abusano in ogni modo dei ciechi più deboli, compresi stupri descritti in un modo terribile che vi lasceranno incubi per notti e notti. Saranno proprio le donne a guidare la ribellione e provare a capovolgere la legge del più forte ina una lotta alla sopravvivenza.
Saramago, durante il discorso all’assegnazione del Premio Nobel, disse che la società contemporanea è cieca perché ha perso il senso della solidarietà tra le persone. Della compassione.
“Il mondo è pieno di ciechi vivi.”
Fortunatamente, i recenti eventi legati al Covid ci hanno permesso di vedere un’altra umanità, con centinaia di dottori, medici e infermieri che hanno sacrificato la loro vita per salvare quella di sconosciuti. Uno dei rari casi in cui la realtà è migliore dell’immaginazione.
Ma questo libro rimane un capolavoro e un monito terrificante. A non perdere mai quella solidarietà e compassione che ci consente di “vedere” l’altro. La cecità peggiore è quella del cuore.
“È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria.”
“La sola cosa più terrificante della cecità è essere la sola persona in grado di vedere.”

Scritto da Haruki Murakami nel 1987, tra la Grecia e Roma, è tratto dal racconto “La lucciola” (Hotaru), ed è il primo romanzo che si distanzia dai romanzi e racconti precedenti, dal contenuto surreale e fantastico. “Norwegian Wood” è un lungo flash-back del protagonista Toru, che ricorda i suoi anni dell’università, durante le contestazioni studentesche degli anni ’60, diviso tra l’amore per due ragazze: la fragile Naoko e la spigliata Midori.
È un lungo resoconto sull’adolscenza, sulla solitudine, sula lotta interiore tra essere che la società vuole ed essere se stessi.
Toru, come un giovane Holden giapponese (e Salinger è uno degli autori preferiti e tradotti da Murakami, insieme a Carver) è in cerca della strada più congeniale alla propria vita. Con una scrittura scorrevole e dolce, ricca di dettagli, affonda le unghie nel cuore e nei tormenti affettivi e sessuali di un adolscente, in cui ognuno di noi può riconoscersi.
Crescere significa rinunciare ai nostri sogni, agli ideali. Ogni protagonista è avvolto da una spirale di morte e sofferenza; lo stesso Murakami, nella postfazione, dedica il romanzo ai suoi amici defunti.
È un libro che ci racconta come anche chi sembra forte nasconde le sue insicurezze e di come, a volte, è difficile uscire dalla sabbie mobili che ci trascinano in basso. È un libro che parla sì di amore, ma senza la sua capacità salvifica. Murakami è molto bravo a descrivere gli stati d’animo, i dettagli interiori, e ha un gran senso del ritmo che gli deriva dalla sua passione per la musica, che è presente in ogni suo romanzo, e in questo la colonna sonora è onnipresente; lo stesso titolo è una canzone dei Beatles. “Norwegian Wood” è un romanzo da leggere molte volte.
A distanza di anni.
E, come “Cecità”, è un monito a non arrendersi come fa Toru, incapace, in fondo, di prendere la decisione più importante nella sua vita. Il prezzo è la solitudine.
“Io non so più che fare e sono terribilmente confuso. Non voglio assolutamete cercare di giustificarmi, ma io ho sempre cercato di vivere co sincerità, senza mentire. E mi sono sempre sforzato di non far soffrire nessuno.”
“Nel momento stesso in cui viviamo, cresciamo in noi la morte.ma questa era solo una parte della verità che dobbiamo imparare. […] Per quanto uno possa raggiungere la verità, niente può lenire la sofferenza di perdere una persona amata. Non c’è verità, sincerità, forza, dolcezza che ci possa guarire da una sofferenza del genere. L’unica cosa che possiamo fare è superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che questo insegnamento non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpià all’improvviso.”

Questo libro l’ho comprato nel 1991, quando ancora scrivevo le date degli acquisti in libreria sulla prima pagina, nell’ultimo anno delle scuole superiori, quando esplose in me l’amore per la letteratura e l’arte: scrivevo moltissimo e divoravo romanzi e poesie. Infatti, l’anno successivo mi iscrissi alla facoltà di Letteratura e Filosofia.
Luigi Pirandello è uno dei nostri sei Premi Nobel per la Letteruatura, nel 1934, “per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale”, come si legge nella motivazione.
Lui è stato un grande drammaturgo, celebri sono i suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”, e il suo romanzo più famoso rimane “Il fu Mattia Pascal” del 1904.
Ma io ho amato molto questo libro, con il suo stile inconfondibile che unisce umorismo a tematiche kafkiane, Pirandello è capace di indagare a fondo l’animo umano, con un interesse in particolare per la psicoanalisi (che deve molto a questo autore).
Questo romanzo ha un incipit grandioso: un uomo è allo specchio, Vitangelo Moscarda, quando la moglie gli fa notare che il suo naso gli pende da una parte. Cosa che lui non aveva mai notato, e questo gli fa crollare tutta la concezione di se stesso che aveva avuto fino ad allora. Inizia un lungo racconto in cui si ride per non piangere, in cui assistiamo as un tema che diventerà un classico di molta letteratura in avanti: la crisi dell’individuo, il “tema della maschera”, di cui Pirandello può considerarsi il capostipite. Chi siamo noi? Quale è la nostra vera identità? Quella che è costruita da noi stessi o quella che gli altri costruiscono per noi? Sono Io per me stesso, oppure nessuno perché in realtà sono centomila per ogni persona che mi vede e mi pensada fuori?
Il tutto dal primo momento che prende coscienza di se stesso davanti allo specchio, anticipiando di ben dieci anni la “fase dello specchio”, teorizzata dallo psicoanalista Lacan nel 1936, ovvero lo stadio in cui il bambino, tra i 6 e i 18 mesi di età, riconosce se stesso per la prima volta allo specchio.
Io ho sempre amato questo tema, e l’ho poi approfondito con gli studi di Psicologia e Letteratura all’Università.
L’animo umano è un abisso in cui non si riesce a toccare il fondo. Noi possiamo solamente calarci dentro con una piccola lanterna in mano.
Pirandello lo ha fatto in modo superbo, e con molta ironia.
“Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinatemente mutabile”
“Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io.”

4) “Il deserto dei Tartari”, scritto da Dino Buzzati nel 1940, è il libro che ha lottato duramente con Pirandello per il terzo posto, e nel mio cuore sono a pari merito. La Fortezza Bastiani, Giovanni Drogo, il deserto dei Tartari, sono entrati nel modo di dire di molti di noi. Come “Aspettando Godot” di Samuel Beckett (autore su cui ho fatto la tesi di laurea), i Tartari sono il simbolo dell’attesa, di qualcosa che arrivi a dare un senso alle nostre esistenze, ma che non arriva mai.
Quando finalmente arriva noi non siamo più pronti ma abbiamo imparato a convivere con la morte, e a non averne paura.
Un romanzo che non ti abbandona più, per sempre, perché in ognuno di noi c’è una Fortezza Bastiani.
“Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.”


5) “Il Processo” di Franz Kafka, uscito postumo nel 1925, potrebbe tranquillamente essere il primo romanzo della lista, perché ognuno dei libri citati, e chissà quanti altri, sono tutti figli di questo capolavoro del Novecento. Joseph K. è il simbolo dell’uomo moderno stritolato dall’incomprensibile, dall’autorità che ci annienta senza una spiegazione. Se ancora oggi noi usiamo dire per qualcosa che non capiamo e ci sembra assurda che è una “situazione kafkiana” vorrà significare qualcosa.
Assolutamente da leggere: “Da un certo punto in poi non è più possibile tornare indietro. Questo è il punto che deve essere raggiunto.”

Tratto dal Blog di Stefano Romano: https://soccamacha.blogspot.com/p/i-miei-cinque-libri-preferiti.html

1 commento su “I miei 5 libri preferiti”

  1. Antonio Moncelsi

    Ciao Stefano, grazie per il tuo post. C’è di che riflettere su questi titoli, cosa che un libro dovrebbe sempre fornire ai suoi lettori, se ha dignità di chiamarsi tale. Spero presto in un tuo nuovo intervento.

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