Poesia e fotografia

Sergio Larrain (1931-2012), cileno, è stato uno dei fotografi più importanti del 20 secolo.

Nasce a Santiago del Cile da una famiglia benestante (suo padre è un famoso architetto). A 18 anni si trasferisce negli Stati Uniti per studiare ingegneria forestale. Abbandona questi studi perché si sente attratto dalla fotografia e si trasferisce all’Università del Michigan.
Rientrato in Cile nel 1951 e dopo la sua prima mostra a Santiago nel 1953, prende a viaggiare in Europa e Medio Oriente sino al 1955, per stabilirsi poi a Valparaiso. I suoi lavori attirano l’attenzione di Henri Cartier-Bresson, che lo vuole con sé alla Magnum, dove inizia a collaborare a tempo pieno dal 1961.
Alla fine degli anni ’70 si trasferisce a Tulahen, città pre-andina, abbandonando progressivamente la fotografia per dedicarsi dapprima allo studio delle culture orientali e del misticismo e successivamente alla pittura, alla meditazione, all’insegnamento dello yoga ed alla scrittura.

Muore ad Ovalle nel 2012 per patologia cardiaca.

Poeta dell’immagine, la sua opera è caratterizzata dal cogliere gli istanti di vita suggeriti dalla sua sensibilità, sempre attento alla composizione affinché realizzasse la fedele trasposizione della sua visione della realtà, con simmetrie e asimmetrie, nitidezza e sfocato, immagini piene e tagliate: tutto purché risultasse chiara all’osservatore la sua percezione.

Il suo fotografare è fatto di riflessione, attenzione al momento e alla luce. Nessuna fretta nel procedere e grande cura nel valutare il suo lavoro dopo lo sviluppo e la stampa, che curava personalmente.

Questo suo mondo fotografico lo si può cogliere compiutamente in uno dei suoi lavori più importanti e conosciuti: “Valparaiso”, dedicato alla città in cui viveva. Pablo Neruda, scrisse la prefazione al libro e sintetizzò così il suo pensiero “Se saliamo e scendiamo qualsiasi scala in Valparaiso, avremo fatto un giro intorno al mondo”

La sua “filosofia fotografica” è ben esplicitata in una lettera del dicembre 1982, indirizzata al nipote che voleva iniziarsi alla fotografia.

“…La prima cosa è avere una macchina che corrisponda al nostro gusto…perché si tratta di provare una soddisfazione fisica con ciò che si ha tra le mani…
“Il gioco inizia quando si parte all’avventura…vagare tutto il giorno per le strade…sedersi quando ci si affatica…Guardare e tornare a guardare, uscir fuori dal conosciuto…”

E poi, dopo molto descrivere, conclude dicendo:

“Si tratta di vagabondare, star seduti sotto un albero, si tratta di perdersi nell’universo, si inizia a guardare diversamente. Il mondo convenzionale ti mette il paraocchi, bisogna uscirne durante il momento della fotografia.”

Il testo della lettera
Profilo e alcune opere

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